Oscar 2019, il vento del cambiamento dell’Academy. Dai premi popolari alla bella affermazione di “Green Book”

Se la perfezione non esiste, la stagione dei premi ne è la dimostrazione. Ma è certo che l’Academy of Motion Pictures Art and Sciences negli ultimi anni ha sollevato qualche dubbio in quanto a scelte discutibili. E la Notte degli Oscar 2019 ha confermato la tendenza…

Lo scorso agosto era stata annunciata l’introduzione della categoria di Miglior Film popolare insieme ad alcune modifiche tecniche, come una premiazione più breve (e così è stato). Ma questa rivoluzione è stata poi rinviata, a data da stabilire, dalla stessa Academy, la quale ha forse concluso che una decisione di questo tipo doveva essere ulteriormente valutata. Avrebbe significato creare un’apposita passerella per film commerciali o di grande successo e impedire ad essi di ambire alla statuetta tradizionale di Miglior Film. Ma, allo stesso tempo, sarebbe stata una ghiottissima opportunità per le major per giocarsi un’ulteriore statuetta. Eppure, l’Academy ha risolto comunque l’inghippo. Degli otto titoli candidati nella categoria principale ben tre sono, di fatto, film cosiddetti popolari, che hanno accumulato gli incassi più rilevanti della stagione. A Star Is Born, Bohemian Rhapsody e Black Panther hanno trovato candidature e spazio in vetrina. Il film diretto da Bradley Cooper, con Lady Gaga protagonista, è un’opera dalla costruzione canonica, che basa tutto sulle emozioni, e ha vinto l’Oscar per “Shallow” come Miglior Canzone originale. Prevedibile e sacrosanto. Ma chi ha sbancato sono gli altri due film.

Bohemian Rhapsody, problematico in fase di produzione e di conseguenza discutibile nel risultato finale, fa leva sulla leggenda di Freddie Mercury e dei Queen, ma la sceneggiatura, piena di lacune e imprecisioni, lascia l’opera su un livello abbastanza mediocre. In ogni caso, la prova di Rami Malek rappresenta un omaggio sentito ma in un’interpretazione non all’altezza – per chi vi scrive – di altri candidati. Bohemian Rhapsody aggiunge alla bacheca anche gli Oscar per Sonoro, Montaggio sonoro (guadagnati con la sequenza che racconta la nascita del brano iconico che dà il titolo al film) e per il Montaggio di John Ottman (beffato Vice – L’uomo nell’ombra, che però si consola con l’Oscar per il Miglior Trucco & Acconciature).


Black Panther è stato il cavallo sul quale Marvel e Disney hanno puntato nella Awards Season. Il film rappresenta, senza dubbio, il riscatto per la comunità afroamericana di Hollywood, poiché realizzato interamente da attori, produttori e maestranze black. Un evento da rimarcare. La questione degli #OscarSoWhite sembra definitivamente archiviata. Il problema è che, dal punto di vista strettamente cinematografico, Black Panther non è neppure il miglior cinecomic del Marvel Cinematic Universe e, di conseguenza, non avrebbe dovuto avere il peso specifico per conquistare riconoscimenti di prestigio, oltre a quello commerciale. Ma, nel periodo storico nel quale la ricerca della politica nei film ha sopraffatto la ricerca della qualità – dato che la società ha fallito, portando al potere figure reazionarie e retrograde, come quella di Trump – ecco che Black Panther diventa un manifesto di rivendicazione dei diritti. Per il film Miglior Scenografia, Miglior Colonna sonora e Migliori Costumi  che idealmente si uniscono all’Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale a Spike Lee per BlackKkansman, lui che di diritti per i neri ha sempre fatto una battaglia personale.


S’intende: il cinema intercetta e interpreta la realtà e l’attualità. Quindi opere che stimolano il dibattito e rammentano argomenti importanti – la questione razziale americana, la parità tra uomo e donna, i diritti delle minoranze – sono conseguenza inevitabile specie quando valori fondamentali vengono messi in pericolo. Eppure l’auspicio sarebbe di restituire i premi cinematografici alla qualità delle opere. Ma sarà possibile, vista la situazione internazionale?

A proposito degli Stati Uniti e della tragica politica interna ed esterna dell’attuale amministrazione, Roma di Alfonso Cuarón è un film d’autore di un regista messicano che ha raccontato la sua infanzia e la sua terra, con tutte le sue contraddizioni. La parola “muro” è uscita fuori più volte durante la cerimonia: in questo caso l’incontro tra culture cinematografiche ha portato a tre Oscar – Miglior Regia, Miglior Fotografia e Miglior Film straniero – per un film che supera ogni barriera e porta al centro dell’attenzione il Messico proprio quando la politica statunitense lo vorrebbe respingere. Parlando in maniera più approfondita del film, nella confezione esteticamente sublime mancano quelle emozioni che hanno impedito a Cuarón, come accadde per Gravity, di andare oltre ai premi tecnici fino a quello di Miglior Film.


Caratteristica che di certo non manca a Green Book di Peter Farrelly, che conquista anch’esso tre Oscar: Miglior Attore non protagonista – il magnifico Mahershala Ali, alla sua seconda statuetta – Miglior Sceneggiatura originale e, appunto, Miglior Film. Due interpreti strepitosi (Ali e il Viggo Mortensen) per un’opera che diverte, fa riflettere e racconta con grande stile. Emozionante e appassionante, da vedere e rivedere.


Oltre all’ennesima delusione per Amy Adams – ancora a secco alla sesta candidatura – possiamo considerare Oscar mancati quello a Christian Bale per il ruolo di Dick Cheney in Vice e almeno uno a Emma Stone o Rachel Weisz per La Favorita. Film, quest’ultimo, probabilmente troppo ricercato, estremo e complesso per piacere fino in fondo alla maggior parte dei membri dell’Academy…
La sorpresa, invece, è certamente quello dell’Oscar come Miglior Attrice protagonista a Olivia Colman. Sull’interpretazione straordinaria dell’attrice britannica non v’erano certo dubbi, anche perché aveva già ottenuto la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia e il Golden Globe, ma i pronostici davano per certa l’affermazione di Glenn Close per The Wife. E invece è stata la Regina Anna a brindare…


Andiamo dunque a un veloce riepilogo dei premi. Si conclude una Awards Season intensa, molto incerta e che ha regalato magari meno spunti rispetto allo scorso anno (stagione cinematograficamente irripetibile a breve) ma non per questo meno emozioni e, perché no, momenti di frizzante polemica. Altrimenti, che divertimento vi sarebbe? Per la prossima stagione vedremo se il vento del cambiamento “popolare” che spira sul Dolby Theatre troverà un assestamento maggiore…

Oscars 2019, 91st Academy Awards – Vincitori (evidenziati in grassetto blu)

Miglior Film: GREEN BOOK

Miglior Attore protagonista: Rami Malek in BOHEMIAN RHAPSODY

Miglior Attore non protagonista: Mahershala Ali in GREEN BOOK

Miglior Attrice protagonista: Olivia Colman in THE FAVOURITE 

Miglior Attrice non protagonista: Regina King in IF BEALE STREET COULD TALK

Miglior Film d’animazione: SPIDER-MAN: INTO THE SPIDER-VERSE

Miglior Fotografia: ROMA – Alfonso Cuarón

Migliori Costumi: BLACK PANTHER – Ruth Carter 

Miglior Regia: ROMA – Alfonso Cuarón 

Miglior Documentario: FREE SOLO

Miglior Cortometraggio Documentario: PERIOD. END OF SENTENCE.

Miglior Montaggio: BOHEMIAN RHAPSODY – John Ottman

Miglior Film straniero: ROMA di Alfonso Cuarón (Messico)

Miglior Trucco e Acconciature: VICE 

Miglior Colonna sonora: BLACK PANTHER – Ludwig Goransson

Miglior Canzone originale: “Shallow” da A STAR IS BORN 

Miglior Scenografia: BLACK PANTHER 

Miglior Cortometraggio animato: BAO 

Miglior Cortometraggio: SKIN 

Miglior Montaggio Sonoro: BOHEMIAN RHAPSODY

Miglior Sonoro: BOHEMIAN RHAPSODY 

Migliori effetti visivi: FIRST MAN

Miglior Sceneggiatura non originale: BLACKkKLANSMAN – Charlie Wachtel, David Rabinowitz, Kevin Willmott, Spike Lee

Miglior Sceneggiatura originale: GREEN BOOK – Nick Vallelonga, Brian Currie, Peter Farrelly

Credits: Oscars, The Academy

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