Mostra del Cinema di Venezia 1985: Gian Luigi Rondi parla di Federico Fellini

Il 31 Ottobre 1993 ci lasciava Federico Fellini. Il grande regista e sceneggiatore riminese, vincitore del Premio Oscar onorario proprio quello stesso anno, ma anche di quattro statuette per il Miglior Film straniero (con La strada, Le notti di Cabiria, 8 1/2 e Amarcord) ha segnato la storia del cinema italiano con i suoi capolavori. Nel 1985, alla 42^ Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Fellini fu insignito anche del Leone d’Oro alla carriera. Il Direttore della rassegna era il grande critico e giornalista Gian Luigi Rondi, il quale gli dedicò un articolo su un volume pubblicato dall’ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive Multimediali) per celebrare l’evento.

«Sono trentacinque anni che scrivo di Fellini – esordì Rondi – e… ho detto tutto. Con la coscienza, però, che sia ancora molto da dire. L’ho sentito di nuovo qualche mese fa, leggendo delle apoteosi che gli americani gli avevano dedicato al Lincoln Center di New York. In un luogo uso a rendere omaggio solo ai grandissimi, in un Paese che con il suo Cinema ha fatto scuola – e costume – Fellini è stato salutato come un inventore e un poeta, da dirgli “grazie” con emozione per tutto quello che ha fatto. Lo è, certo, ma noi che ci andiamo a colazione insieme dalla “Cesarina”, che ascoltiamo certi suoi sfoghi al telefono su questo o su quel produttore, che lo vediamo spesso a Cinecittà alle prese con un attrezzista che non riesce a portargli sul set quello che gli serve, qualche volta ce ne dimentichiamo: o, almeno, non lo sentiamo nelle giuste proporzioni. Un inventore e un poeta, invece, che gli stranieri ci invidiano e che nel Paese del cinema festeggiano come un Maestro… un Maestro, sì, e in un campo che il cinema italiano frequenta poco ed anzi, a suo tempo, ha addirittura osteggiato: la fantasia.

La nostra generazione cinematografica – la mia, quella di Fellini – è nata con il Neorealismo, negli anni cioè in cui Rossellini voleva solo la cronaca, “per mostrare senza dimostrare”; De Sica faceva poesia con degli sciuscià di Via Veneto; Zavattini predicava la teoria del “pedinamento” solo all’interno di fatti e personaggi veri; e Visconti, coi suoi pescatori di Aci Trezza, gettava le basi del cinema “antropomorfico”. Fellini viveva accanto a questi autori, e lavorava con loro: a volte scalpitando per poter dire altro ma subito richiamato all’ordine, perché a nessun costo la realtà andava tradita.


La realtà sì – ricordo certe sue confidenze di quegli anni – ma quale? La realtà oggettiva di Rossellini e Zavattini o quella vera, la mia, la tua, l’unica che vale insomma? La realtà soggettiva. Ci voleva coraggio, di fronte a ‘Paisà’, a ‘La terra trema’, a ‘Ladri di biciclette’, a parlare di realtà soggettiva e di cercare di privilegiarla. Fellini questo coraggio lo ha avuto, la sua invenzione, sia pure all’inizio da solo, l’ha portata avanti deciso e presto, non più frenato da niente, ed è arrivato alla poesia.

Le sue armi? Sé stesso sempre come misura di tutto, il suo mondo, i suoi ricordi, l’idea che il cinema – arte visiva – dovesse soprattutto far vedere e far vedere in primo luogo l’invisibile, i pensieri, i sogni, i sentimenti, le paure, le emozioni. Partendo sempre dal reale, naturalmente, perché la poesia di Fellini non è favola, ma il reale, rappresentandolo e raccontandolo anche con i segni al di fuori delle sue dimensioni, primi fra tutti i simboli. Basterebbe a svelarlo, in quel ritratto “sociale” degli anni Sessanta che era ‘La Dolce Vita’, l’apparizione finale del mostro sulla spiaggia di Fregene, dove la bambina che salva si affianca senza dircelo alla Matelda dantesca. L’immagine, la sua forza. Il pensiero, la sua possibilità di mostrarsi. Il sogno, la sua presenza nel reale, e più vero del reale. Perché è la fantasia quella che conta. Questi cardini della poetica felliniana, con la costante presenza fissa in ogni personaggio e in ogni storia, servono a dire solo di sé ma per dire del mondo e di oggi.

Tra lui e me, a volte, dopo certi sui film, si è ripetuto spesso una sorta di gioco: “come posso – dico io darti ancora del tu?”. Un gioco, ma fondato sul timore che l’amicizia quotidiana snaturi le prospettive di “certi eroi”, come i monumenti quando si guardano troppo da vicino. Lo stesso timore leggendo dell’apoteosi al Lincoln Center, lo stesso timore quando, proponendo al Consiglio Direttivo della Biennale di conferirgli il Leone d’Oro per la carriera, ho visto solo mani alzate unanimi e in un attimo, senza un sola esitazione.
Continuo a dare del tu a Federico, ma il suo genio è sempre più al di sopra di tutti. Noi siamo cronaca, lui è già storia.»

Gian Luigi Rondi

Federico Fellini e Gian Luigi Rondi

Si ringrazia La Biennale di Venezia – Cinema

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