Cinema, Recensioni

“The Post”, la sfida del giornalismo all’establishment politico e sociale


Washington DC, 1971. La guerra in Vietnam è in pieno svolgimento e per gli Stati Uniti è una catastrofe senza precedenti, ma l’amministrazione Nixon insiste nel proseguire la missione e nel non raccontare la reale situazione ai cittadini americani, che vedono partire di continuo giovani reclute che finiranno drammaticamente nell’inferno asiatico. Nel frattempo, l’esperto in analisi politiche del Pentagono Daniel Ellsberg (Matthew Rhys), reduce da una missione in Vietnam, ha iniziato a fotocopiare oltre 7.000 pagine coperte da segreto di Stato, che consiste nel rapporto commissionato dal segretario alla Difesa Robert McNamara (Bruce Greenwood), il quale rivelava le strategie del governo americano attuate nel sud-est asiatico dal 1945 fino ad allora. Ellsberg, che non sopporta più le menzogne dell’amministrazione attuale (e quelle precedenti) dopo aver toccato con mano la situazione laggiù, decide di consegnare i cosiddetti Pentagon Papers alla stampa, in particolare all’importantissimo New York Times. Intanto, il più piccolo ma non meno ambizioso Washington Post è alle prese con l’ingresso a Wall Street dopo un cambiamento epocale: il passaggio di testimone al comando a Katharine Graham (Meryl Streep), che diviene la prima donna in un ruolo di vertice nel campo dell’editoria americana, e non sa come affrontare lo spietato consiglio di amministrazione e soprattutto la determinazione del suo direttore, Ben Bradlee (Tom Hanks), che vorrebbe far compiere al giornale il salto di qualità per porsi all’attenzione nazionale. L’occasione arriva quando viene a conoscenza dell’esistenza dei Papers, ma pubblicarli significa correre dei rischi enormi: sia per la sua carriera, che per il futuro di Katherine e del Washington Post, che per le possibili conseguenze politiche e giudiziarie…

Scritto da Josh Singer e Liz Hannah, The Post rinnova la tradizione del grande cinema d’autore americano che punta il suo obiettivo sulla propria storia, piena di contraddizioni e periodi oscuri. Così come aveva fatto Alan J. Pakula nel 1976 con Tutti gli uomini del Presidente (a cui Spielberg rende a sua volta omaggio in modo sopraffino) raccontando lo scandalo del Watergate, così quest’opera riesce a trovare un equilibrio eccellente. A fronte di una prima parte sì introduttiva ma dove i virtuosismi della regia di zio Steven (come ama chiamarlo affettuosamente la mia amica scrittrice e blogger Valentina Orsini) sono un elemento prezioso da ammirare: da metà film in poi l’intensità e la tensione drammatica salgono esponenzialmente, rasentando la perfezione.

I temi affrontati sono parecchi: il principio della libertà di stampa, il ruolo delle donne nella società, il rapporto tra governo e cittadini. Tutti argomenti cardine nell’opinione pubblica statunitense (e non solo), che risultano sempre di grande attualità. E che vengono rappresentati, attraverso il film, proprio nelle figure di Kay Graham e Ben Bradlee, ma anche in quella tetra del presidente Nixon. Quest’ultimo, oltre alle gravissime responsabilità che la storia e l’opinione pubblica gli hanno riconosciuto, è come un’ombra sempre presente, specie sui movimenti della stampa: certamente del più in vista New York Times, meno sull’emergente Washington Post, che troverà i mezzi e il modo per reperire i documenti più scottanti che un giornalista d’inchiesta possa immaginare. Esemplificativo il personaggio di Ben Bagdikian (interpretato dal sempre ottimo Bob Odenkirk), che riesce a far leva sul fatto di conoscere già Ellsberg il quale, dopo aver assistito a menzogne e insabbiamenti da parte degli esponenti di governo e soprattutto dopo aver vissuto la realtà del conflitto in Vietnam, non vuole che rendere pubblici i Papers, pur sapendo i rischi che avrebbe corso. Così come, un po’ alla volta, lo stesso Bagdikian, Bradlee e infine la Graham, si rendono conto che il limite tollerato dalle autorità sarebbe stato ampiamente superato, ma per un fine superiore: la verità dei fatti. Del resto, cosa rappresenta Nixon, se non il potere che, in una democrazia matura come quella statunitense, ha dimenticato il compito di proteggere i cittadini e non sé stesso? E che, inoltre, è dilaniato da corruzione e interessi trasversali, ma nonostante questo continua ad essere sostenuto da tutto l’establishment politico e sociale? Ovvero altri organi di potere, le strutture economiche, commerciali, culturali, e parte della stessa stampa, che puntano più a difendere lo status quo piuttosto che raccontare ciò che accade veramente. È questa la montagna che trovano da scalare Graham e Bradlee, e in particolare il direttore, pur di arrivare fino in fondo, è disposto a scommettere tutto. Lo farà, in un secondo tempo, anche Katharine, la quale ha dovuto, improvvisamente, prendere in mano il giornale che era guidato dal marito – tragicamente scomparso – e prima ancora da suo padre, come da tradizione.

Era assolutamente da escludere, infatti, poter pensare di trovare una donna in un ruolo di primo piano nell’editoria statunitense degli anni ’60-’70 e, allo stesso modo, in altri settori di quello stesso establishment di cui parlavamo prima. La Graham si trovò a presiedere il Washington Post e la sua società per cause di forza maggiore ma, a quel punto, prese consapevolezza di ciò che era possibile fare. Considerato ancora come un quotidiano minore, nonostante a dirigerlo vi fosse un giornalista di grande esperienza come Ben Bradlee, il Post stava per entrare nel grande mondo degli affari ma allo stesso tempo necessitava di aumentare la propria riconoscibilità ed è incredibile come, parallelamente, potesse riuscire a compiere entrambi i passi: il primo, anche grazie alle conoscenze che Katharine aveva negli ambienti che contano, il secondo, invece, grazie al coraggio della redazione del Post che era pronta a scaldare le rotative non più con notizie di secondo piano ma con la notizia in grado di rivoluzionare ogni cosa. Nonostante il New York Times fosse già stato citato in giudizio dall’amministrazione Nixon e quindi dagli organi giudiziari a essa vicini e considerando che la possibilità di una violazione delle legge era in perfetto contrasto con la necessità di pubblicare il materiale. «La stampa serve ai governati, non ai governanti» è però un principio saldo della libertà di stampa che non potrà essere ignorato, per riuscire a far luce. Sia la Graham, ascoltando la figlia, sia Bradlee, con i consigli della moglie Tony (interpretata da Sarah Paulson), anch’ella certa del fatto che era giunto, per la società civile americana, il momento di andare oltre i limiti imposti da anni di vetusta consuetudine, sia nel campo dell’informazione che in quello della considerazione verso le donne, riferendosi a Katharine e ai suoi dubbi dei quali anche Ben si renderà conto.

Due personaggi così complessi non potevano che avere due interpreti straordinari quali Meryl Streep (alla 21^ candidatura al Premio Oscar) e Tom Hanks (invece ingiustamente dimenticato dall’Academy, peraltro non nuova a lacune del genere negli ultimi anni). Se The Post ci fa ritrovare il miglior Spielberg dietro la macchina da presa, la Streep regala probabilmente la sua miglior prova dai tempi di The Iron Lady (2011), mettendo nel ruolo di Katharine ogni dettaglio della personalità decisa e allo stesso tempo intelligente di questa donna, disposta a dubitare prima di decidere, e che ha contribuito a cambiare il corso della storia americana contemporanea. Hanks, come sempre, è a sua volta pieno di energia, assoluto mattatore della scena e perfettamente calato nella parte, ricordando i suoi ruoli ne La guerra di Charlie Wilson (2007) e Il ponte delle spie (2015).


Il voto di Ieri, Oggi, Domani

The Post è un film che conferma pienamente le grandi aspettative sia dal punto di vista artistico che tecnico, e afferma dei principi che oggi, come negli Stati Uniti del 1971, vanno costantemente sottolineati: la protezione della libertà di stampa e l’importanza del ruolo della donna nella società contemporanea.

La scheda del film

The Post, regia di Steven Spielberg – USA 2017 – Drammatico
interpreti principali e ruoli: Meryl Streep (Katharine ‘Kay’ Graham), Tom Hanks (Ben Bradlee), Sarah Paulson (Tony Bradlee), Bob Odenkirk (Ben Bagdikian), Tracy Letts (Fritz Beebe), Bradley Whitford (Arthur Parsons), Bruce Greenwood (Robert McNamara), Matthew Rhys (Daniel Ellsberg), Alison Brie (Lally Graham), Carrie Coon (Meg Greenfield), David Cross (Howard Simons), Jesse Plemons (Roger Clark), Michael Stuhlbarg (Abe Rosenthal), Zach Woods (Anthony Essaye), John Rue (Gene Patterson)
Soggetto e Sceneggiatura: Liz Hannah, Josh Singer
Fotografia: Janusz Kaminski
Montaggio: Sarah Broshar, Michael Kahn
Scenografia: Rick Carter
Costumi: Ann Roth
Musica: John Williams
Casting: Ellen Lewis
Una presentazione 20th Century Fox, prodotto da Amblin Entertainment, DreamWorks, Participant Media, Pascal Pictures, Star Thrower Entertainment, River Road Entertainment
Formato: a colori
Durata: 116′
Uscita USA: 22 Dicembre 2017, in sale selezionate; 12 Gennaio 2018 ovunque
Uscita Italia: 1° Febbraio 2018

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