Qualche anno fa, la Leone Film Group pubblicò sui propri canali social ufficiali un documento molto prezioso, di inestimabile valore per tutti gli appassionati del cinema di Sergio Leone. Si tratta di un commento del Maestro in occasione dell’esordio di C’era una volta in America, nel 1984.
A distanza di quarant’anni dall’arrivo del capolavoro al cinema, riscopriamo delle pagine di grande amore per la Settima Arte e per la storia che Leone intese raccontare, anche sfidando tempi e limiti produttivi, oltre a sottoporre a uno sforzo inimmaginabile sé stesso, per quello che avrebbe, purtroppo, rappresentato il suo ultimo lavoro e il proprio testamento cinematografico.

Capitolo finale della cosiddetta Trilogia del Tempo (avviata da C’era una volta il West e da Giù la testa), C’era una volta in America è caratterizzato dalle interpretazioni magnifiche di un cast superbamente guidato da Robert De Niro (affiancato da James Woods e Elizabeth McGovern), da ricostruzioni scenografiche straordinarie e dalla magnifica colonna sonora di Ennio Morricone, che ha regalato all’amico Sergio delle composizioni che sarebbero entrate nella storia della musica. Ma sono, ovviamente, la visione complessiva di Leone e la sua maestosa regia a rendere il film un’opera fondamentale del cinema del Novecento, che oggi è possibile riscoprire tanto nella versione internazionale di 229 minuti, che nella versione integrale definitiva di 251 minuti (Extended Director’s Cut), disponibile in home video e proposta anche nei più recenti passaggi televisivi, e che contiene alcune scene originariamente non incluse nel montaggio selezionato da Sergio Leone e Nino Baragli.

Sebbene negli Stati Uniti venne inizialmente non compreso e anzi danneggiato (e rimontato e tagliato senza alcun criterio per volere del produttore Arnon Milchan), oggi C’era una volta in America viene universalmente riconosciuto come un film di riferimento per autori, registi e cinefili, e siamo certi che Sergio Leone sarebbe orgoglioso di quanto il lavoro che ha più curato, tra tutti i suoi capolavori, sia oggi così amato dal pubblico di tutto il Mondo.
Sergio Leone racconta C’era una volta in America
Ecco di seguito le quattro pagine di commento scritte da Sergio Leone a proposito del film:
“C’era una volta in America”. Non: “L’America”. È molto importante, fa molta differenza. Perché il film che intendo raccontare non pretende di essere un’indagine, un saggio sia pure romanzato, una esplorazione politico o sociale; non vuole essere un giudizio o una critica. Non sono americano, non sono ebreo, non sono più blandamente gangster di tanti miei colleghi registi: un film che comportasse una chiave simile sarebbe perlomeno assurdo e avventato, un’ambizione fuori posto, senza senso. Il minimo che si potrebbe dire sarebbe: “Pensate ai fatti vostri, ne avete abbastanza”. No, la chiave del film sta appunto nel titolo così come è formulato: una favola. Certamente per adulti, ma pur sempre una favola.
Il primo amore degli europei della mia generazione, qualche volta rinnegato o corretto o ridimensionato ma sempre indimenticabile, appunto come i primi amori, è l’America così come ce l’ha tramandata Hollywood: le epopee del West, le grandi storie di guerra, i musicals, il jazz, i gialli e le gesta gradasse, eroiche e tragiche dei gangsters. Fatti, vicende e volti che, al di là di due ore di spettacolo, hanno segnato un’orma significativa, un vero peso nelle abitudini e nel costume di qua, nel nostro modo di vita. E non soltanto a livello di mass-media. Ed è a quel primo, magico e ahimè lontano contatto che io voglio riallacciarmi: un mito rivisitato, così come uno dei due protagonisti del film, Noodles, ritorna dopo quarant’anni ai luoghi e ai personaggi del tempo favoloso e perduto della sua giovinezza.
Il cinema e QUEL cinema, dunque. Non a caso il film inizia in una sala di spettacolo dove su un telo bianco si svolge un gioco di ombre. Come non è a caso che nel corso della storia vengono citati Groucho o addirittura Rodolfo Valentino; e vengono cantate le canzoni dell’epoca. Potrei dire che i temi scelti sono quelli classici di un certo mondo hollywoodiano dalla disperazione, le grandi amicizie virili. Ed il negativo di tutto questo: il tradimento, la violenza, la corruzione. Citazioni o omaggi ancora classici sono i luoghi, il tempo, le situazioni: gli speakeasies, i quartieri popolari, New York e Chicago, il proibizionismo, le sparatorie, la criminalità organizzata e protetta dall’alto.
Ma, naturalmente, non intendo solo ripetere un genere, esercitarmi in una pedissequa rievocazione. Se un giudizio critico su un mondo che non mi appartiene sarebbe stato grottesco, ricalcare un filone sarebbe un’operazione inutile e priva di interesse, sia per il pubblico che per me.
Per questo ho scelto altre angolazioni per giustificare questa storia americana vista da un europeo.
Seppure esposto nei termini più realistici, “C’era una volta in America” non è una vicenda realistica, ma al contrario una parabola al limite dell’assurdo e dell’incredibile. Ma è proprio per questo tratto non-reale, che il film mi sembra più affascinante. Di nuovo la favola, quindi, ma di oggi, detta nei termini di oggi. E primi degli altri, quelli dell’allucinazione, della prospettiva onirica di un ‘viaggio’. Per questo l’oppio, con il quale inizia e termina il film, come un salvataggio e un rifugio.
Ma il viaggio di Noodles non è soltanto attraverso le visioni e i sogni. È anche l’altro percorso, quello reale, che compie dal lontano Iowa fino a New York, dove si aggirerà come in un labirinto. E, ancora, è un viaggio che viene ad assumere un ulteriore significato: il viaggio verso la conoscenza, verso quella verità che per quarant’anni ha tenuto sepolta dentro di sé e dalla quale si è obbligato a distogliere gli occhi. È il rifiuto ad ammettere che tutto, proprio tutto, il bene e il male, sia un inganno. E cancellando gli anni e il tempo, tornerà alla fumeria d’oppio, quando la sua vita, la vita che conta, si è fermata.
Gli anni e il tempo: un altro degli elementi essenziali del film. Nel corso dei quali i personaggi sono cambiati, alcuni fino nella identità anagrafica; e nel medesimo tempo sono rimasti gli stessi, legati a dispetto della distanza e dell’assenza. Hanno preso strade diverse, qualcuno ha realizzato i propri sogni, buoni o cattivi; altri hanno fallito. Ma cresciuti dallo stesso embrione, dopo l’infanzia e la sua bella baldanza, dopo i giorni spericolati e gloriosi della prima giovinezza, il Tempo che li ha divisi e fatti nemici, tornerà a riunirli.
Mia accorgo di avere parlato di Noodles più di quanto abbia fatto di Max. Il fatto è che parlare dell’uno equivale spiegare l’altro. Sono due fuorilegge, uno borghese, Max, e l’altro anarchico, Noodles. Uno tende ad entrare nei ranghi e l’altro a restare uno spirito libero. È la contraddizione che molto spesso si ritrova nella stessa persona. E, senza voler intellettualizzare troppo i due protagonisti, penso che questa è un’altra delle chiavi che ho tenuto presente. Max biasima Noodles e lo invidia; lo ammira e lo disapprova, vuole staccarsene e non lo vuole.
Questo per spiegare, almeno in parte, il film, le sue ragioni e certi suoi punti di prospettiva; ed alcune delle motivazioni che spingono i due protagonisti ad agire come agiscono. Tutti gli altri personaggi ruotano intorno ad essi, da essi traggono luci e ombre, come un sistema planetario anomalo che si muove intorno non a un sole, ma a due. O, forse, come ho già detto, ad uno soltanto.
Sergio Leone